davanti al portone si mise a cercare le chiavi di casa frugando nella borsa e nelle tasche. Non capiva come fosse possibile essere certi di avere una cosa con sé e contemporaneamente non riuscire a trovarla. Era come se l’oggetto avesse la capacità di spostarsi di tasca in tasca, per dispetto. Era allucinante. 

Ebbe la meglio e riuscì a trovarle lì dove ricordava di averle messe, e dove per almeno due o tre volte gli era parso di non trovarle. Mise la chiave nella toppa e girò, facendo attenzione a non fare troppo rumore, perché i suoi dovevano essere già a letto e non aveva voglia di svegliarli. Avrebbero trovato il modo di rompergli le scatole, e la serata – pensava lui – poteva tranquillamente finire lì.

Entrò e filò dritto in camera, tirando i vestiti a caso e lasciandosi cadere a peso morto nel posto in cui ricordava – al buio – ci sarebbe dovuto essere il letto. Fortunatamente c’era ancora: restò in silenzio qualche secondo e poi si spense.

Sognò una lucciola con la testa in fiamme e con occhi cremisi. Sognò vortici e artigli e insetti.

Poi più nulla, buio e silenzio.

Un rumore.

Un rumore?

Si svegliò certo di aver sentito un rumore provenire da sotto il letto. Ora, certo era una parola grossa, giacché stava dormendo. Diciamo che era abbastanza persuaso, ecco. Banale, per altro, come fobia notturna, lo sapeva benissimo. 

Fin da piccolo (anche se aveva a malapena superato i 20 anni, adesso tutto ciò che era accaduto fino all’anno prima lo aveva infilato in un immenso sacco con su scritto cose successe quando ero piccolo) si era immaginato intere legioni di esseri infernali abitargli sotto il letto, intente a tramare nell’ombra mimetizzate con la polvere, attendere il momento propizio per attaccarlo nel cuore della notte. Denti aguzzi, fiati torridi e pestilenziali e pelli squamose o ricoperte di peli. Quindi ok: avrebbe sicuramente potuto essere un poco più originale.